Vita di S.Avendrace, tra storia e tradizione

articolo originale di Luigi Cherchi

«O Avendrace al devoto tuo tempio / testimon di tuo zelo e fervore falla tomba che intese il dolore / che lo spirto ti diede del mal.»
È questa la prima strofa dell'inno che gli abitanti del quartiere in riva allo stagno di S. Gilla cantano ogni anno in occasione della festa del loro patrono Avendrace.

Parole semplici ed ingenue che sgorgano dal cuore dei fedeli e testimoniano il persistere d'un culto le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Eppure di questo santo non sappiamo nulla di certo; cosicché l'unico supporto alla devozione è dato dai racconti leggendari tramandati da molti secoli attorno alla sua figura.

Epicentro della venerazione è il quartiere intitolato al santo, sviluppatosi nei luoghi dove Avendrace avrebbe trascorso molti anni della sua vita, nascosto in una tomba, punica scavata nella roccia, per sfuggire alle ricerche delle autorità romane impegnatissime a combattere l'eresia cristiana. La formazione di questo agglomerato ci riporta alla seconda metà del Duecento quando i Pisani distrussero S. Igia, sede del giudicato di Cagliari, e parte della popolazione (per lo più pescatori) si ritirò verso l'interno insediandosi alle falde della collina calcarea di Tuvixeddu. Alle prime case, modeste ed allineate a schiera, se ne aggiunsero altre e, poco alla volta, nacque un borgo con un'inconfondibile impronta paesana. La città era a due passi ma, tuttavia, distantissima e diversa per abitudini, mentalità e stile di vita; ancora nella seconda metà dell'Ottocento, i Cagliaritani vi si recavano col proposito di compiere una vera e propria escursione allietata da bevute e mangiate a base di pesci, carciofi ed un tipo di cardo bianco detto su pillon 'e S. Tennera. I legami tra l'ordito urbano ed il borgo si accentuarono, negli anni tra le due guerre, grazie all'istituzione della linea tramviaria checollegava piazza S. Avendrace con piazza Garibaldi e, più tardi, con piazza S. Benedetto: tuttavia il senso del distacco si conserverà sino al secondo dopoguerra, quando la crescita di Cagliari indurrà amministratori e privati a puntare lo sguardo anche sulle aree di quella zona. Oggi il quartiere si presenta perfettamente integrato e, percorrendolo, si fa quasi fatica a riconoscere, tra la fungaia dei palazzi, le originarie casette dei pescatori e dei contadini. E. naturalmente, è mutata anche la fisionomia sociologica di S. Avendrace, i cui ottomila residenti si dedicano alle più svariate attività e sono, solo in minima parte, discendenti dagli antichi abitanti.

Ma è proprio questa minoranza, circa duemila persone, a mantenere accesa la fiamma della devozione per il santo che nasce spontanea e prescinde da ogni elemento razionale. Iperbole e discrepanze che si riscontrano nella tradizione orale sono cineserie da storici e non sfiorano i credenti chiusi nella torre d'avorio d'una fede inattaccabile.

Ma chi era questo personaggio che, nonostante t dubbi formulati dagli studiosi, continua ad essere amato ed invocato? In mancanza di documenti, la risposta ci viene da un martirologio medievale andato perduto ed i cui passi essenziali sono conte• nuti in due opere manoscritte del Seicento: Triumpbas de Ins sameos de Cerdel1a di Dionisio Bonfant e Alabanpas de los sa cos de Cerdefia di Francisco Carmona. Cagliari, primo secolo d.C.. Prima di subire il martirio l'arcivescovo S. Siridione nomina suo successore Avendrace sul cui capo si addensano subito fosche nubi; il preside romano, infatti, ne ordina la cattura e la messa a morte. Per sfuggire agli sgherri, iI novello capo della Chiesa cagliaritana deve peregrinare da un luogo all'altro, finché trova scampo nell'ipogeo panico cui abbiamo accennato in apertura; in tal modo, Avendrace riesce a mantenersi in contatto con la comunità cristiana ed a svolgere anche un'intensa predicazione. Assistito, ovviamente, dallo spirito santo che gli fa pervenire il cibo per il tramite di un corvo; mentre per l'ac. qua non esistono preoccupazioni, dato che nella tomba c'è una vena da cui sprizza il prezioso liquido. Avendrace passa a miglior vita il 25 marzo dell'85 ed iI 13 settembre del 203 i cristiani ritrovano i resti del suo corpo. Un canovaccio costruito a tavolino dall'ignoto autore del martirologio che accorpò credenze popolari prive di sostegno (tra l'altro, nel primo secolo, il cristianesimo non aveva ancora messo radici nell'Isolai ed elementi tratti di peso dalle "vite" di S. Elia e S. Antonio abate (tipico il caso del corvo che alimenta Peremitai.

Nondiméno, la fama di Avendrace si diffuse e, col tempo, sull'ipogeo venne edificata una cappella successivamente ingrandita sino a diventare una chiesa che, a sua volta, favorì il consolidarsi della venerazione. Ma, a questo punto, le cose si com• plicarono in quanto Avendrace si trovò, dall'oggi al domani, a condividere l'alloggio rupestre con S. Venero, un religioso morto nell'Isola & S. Antioco il 13 settembre del 603 d.C. ed i cui resti vennero collocati nell'ipogeo il 1° maggio dell'anno seguente. Pertanto, a partire da quei momento, la gente rivolse Ia sua devozione ad entrambi i santi che finirono addirittura per essere confusi: Venero fu definito arcivescovo di Cagliari ed Avendrace retrocesso ad abate, i miracoli dell'uno attribuiti all'altro e viceversa. Lo stesso borgo venne chiamato alternativamente S. Avendrace e S. Venero, come risulta da alcune testimonianze del Cinquecento; lo storico Giovanni Francesco Fara paria di S. Aveadracii oppidum; l'umanista Roderigo Hunno Baeza e l'architetto Rocco Cappellino fanno, invece, riferimento ad una località cagliaritana detta S. Venero. Inutile dire che anche la vicenda di queseultimo non è provata: il santo era quel. lo morto nell'Isola di S. Antioco oppure si trattava del S. Venero il cui culto è ancora vivo nei paraggi di La Spezia? E che dire delle epigrafi romane ritrovate a Cagliari ed Elmas dove compaiono i nomi Beneria e Veneria? Un altro mistero difficile da sciogliere. I due santi si fronteggiarono a lungo ma, alla fine, Avendrace ebbe la meglio sul collegarivale; tuttavia una significativa traccia di S. Venero rimasta neIronomastica maschile e nella denominazione dialettale del quartiere: S. Tennera (evidente capovolgimento al femminile di Tenneru-Venero).

Chiusa la partita con S. Venero, Avendrace riprese spedito il suo cammino, riconquistando completamente il cuore dei borghigiani tanto che. nelle Alaboxas del Carmona, compare uno schizzo della chiesa a lui intitolati: un tempietE0 minusco. lo. senza pretese ed in linea con la fisionomia popolare deiraggiomerato in cui sorgeva. Oramai la carriera del santo non avrebbe più trovato alcun impedirriento: il culto si rafforzò e tutta la comunità s'identificò con lui_ La venerazione raggiungeva cme per i fesreggiarnenti del 13 settembre, giorno in cui ricorreva il rinvenimento dei resti di Avendrace. II programma corri. prendeva manifestazioni liturgiche e civili che, per una quindicina di giorni, a.nimavano il borgo conferendogli una veste brio. sa. La festa ebbe il massimo fulgore tra gli anni Venti e Cinquanta del nostro secolo ed i vecchi ricordano ancora con rimpianto l'armeggiare di quell'epoca lontana quando i preparativi per rendere omaggio al patrono cominciavano in piena estate. Le prime a darsi da fare erano le ragazze dell'Azione Cattolica e dell'associazione delle "Figlie di Maria— che, accompagnate al pianoforte dalla signora Carlotta Lai, imparavano i canti religiosi in previsione dell'imminente celebrazione, Poi il 1° settembre, in chiesa, aveva inizio la "tredicina", un ciclo quotidiano che durava sino a] 13 e comprendeva il rosario, le litanie, alcune preghiere, il "Salve Regina", la benedizione e l'inno aO Avendrace al devoto tuo tempio...». Il 13, di primo mattino. l'obriere maggiore (che era, allora, il seggiolaio Giuseppe Fanni.) si recava, con una folla di popolani, in piazza Trento per ricevere la banda che percorreva trionfalmente il viale S. Avendrace sino alla chiesa dove, alle 11, si celebrava la messa solenne con panegirico del santo. Nella serata la statua di Avendra• ce veniva portata in processione nelle principali strade del rione e. al rientro in chiesa, si concludeva la tredicina; poi, sino a notte inoltrala, musiche e divertimenti: corsa con i sacchi, corsa degli asini, corsa di cavalli a pariglie, lotterie, pesche di beneficenza e, cheiris illítiNda, fuochi d'artificio.

Così fino agli anni Sessanta quando la festa prese a decadere, in rapporto alla profonda trasformazione del quartiere determinata dall'arrivo di numerosi "forestieri" che, sopravvanzando l'elemento locale, provocarono un temporaneo alfievo• lirsi dei culto e della festa. Tuttavia i santavendracini guardavano sempre al loro patrono e, non appena si presentò l'occasione propizia, diedero nuovo impulso alla tradizione. La ripresa è cominciata dodici anni or sono allorché le redini della parrocchia sono state assunte da don Andrea Cocco, un prete entusiasta ed attivo che si è prodigato per restaurare la chiesa, abbellirne il cortile antistante con pini, palme e fieri e, soprattutto, favorire il rilancio della venerazione per S. Avendrace. Gli abitanti hanno immediatamente risposto all'appello e la chiesa è ridiventata un centro motore di artivitù liturgiche, compresa la festa che si svolge nuovamente dal 1980. Cosicché Avendracc, abbigliato da vescovo e col bastone pastorale alla sinistra, esce dalla sua chiesa (doppio carnpaniletto a vela, una sola navata, quattro cappelle) e, anno dopo anno, effettua la sua brava passeggiata tra le vie del quartiere, riverito dalla popolazione che fa ala al passaggio della statua e si segna la fronte. Per la verità il simulacro non è più quello d'un tempo, scomparso una ventina d'anni or sono durante la temporanea "crisi" devozionate, Ma nessuno ci fa caso: ciò che conta è che Avendrace sia ancora lì a proteggere il suo antico borgo.