Vita di Sant’Avendrace, tra storia e tradizione.
articolo originale di Mons. Luigi Cherchi (da Almanacco di Cagliari, 1985)
«O Avendrace al devoto tuo tempio / testimon di tuo zelo e fervore falla tomba che intese il dolore / che lo spirto ti diede del mal.»
È questa la prima strofa dell’inno che gli abitanti del quartiere in riva allo stagno di S. Gilla cantano ogni anno in occasione della festa del loro patrono Avendrace.
Parole semplici ed ingenue che sgorgano dal cuore dei fedeli e testimoniano il persistere d’un culto le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Eppure di questo santo non sappiamo nulla di certo; cosicché l’unico supporto alla devozione è dato dai racconti leggendari tramandati da molti secoli attorno alla sua figura.
Epicentro della venerazione è il quartiere intitolato al santo, sviluppatosi nei luoghi dove Avendrace avrebbe trascorso molti anni della sua vita, nascosto in una tomba, punica scavata nella roccia, per sfuggire alle ricerche delle autorità romane impegnatissime a combattere l’eresia cristiana. La formazione di questo agglomerato ci riporta alla seconda metà del Duecento quando i Pisani distrussero S. Igia, sede del giudicato di Cagliari, e parte della popolazione (per lo più pescatori) si ritirò verso l’interno insediandosi alle falde della collina calcarea di Tuvixeddu. Alle prime case, modeste ed allineate a schiera, se ne aggiunsero altre e, poco alla volta, nacque un borgo con un’inconfondibile impronta paesana. La città era a due passi ma, tuttavia, distantissima e diversa per abitudini, mentalità e stile di vita; ancora nella seconda metà dell’Ottocento, i Cagliaritani vi si recavano col proposito di compiere una vera e propria escursione allietata da bevute e mangiate a base di pesci, carciofi ed un tipo di cardo bianco detto su pillon ‘e S. Tennera. I legami tra l’ordito urbano ed il borgo si accentuarono, negli anni tra le due guerre, grazie all’istituzione della linea tramviaria che collegava piazza S. Avendrace con piazza Garibaldi e, più tardi, con piazza S. Benedetto: tuttavia il senso del distacco si conserverà sino al secondo dopoguerra, quando la crescita di Cagliari indurrà amministratori e privati a puntare lo sguardo anche sulle aree di quella zona. Oggi il quartiere si presenta perfettamente integrato e, percorrendolo, si fa quasi fatica a riconoscere, tra la fungaia dei palazzi, le originarie casette dei pescatori e dei contadini. E. naturalmente, è mutata anche la fisionomia sociologica di S. Avendrace, i cui ottomila residenti si dedicano alle più svariate attività e sono, solo in minima parte, discendenti dagli antichi abitanti.

Ma è proprio questa minoranza, circa duemila persone, a mantenere accesa la fiamma della devozione per il santo che nasce spontanea e prescinde da ogni elemento razionale. Iperbole e discrepanze che si riscontrano nella tradizione orale sono cineserie da storici e non sfiorano i credenti chiusi nella torre d’avorio d’una fede inattaccabile.
Ma chi era questo personaggio che, nonostante i dubbi formulati dagli studiosi, continua ad essere amato ed invocato? In mancanza di documenti, la risposta ci viene da un martirologio medievale andato perduto ed i cui passi essenziali sono contenuti in due opere manoscritte del Seicento: Triumpho de los Santos del Reyno de Cerdeña di Dionisio Bonfant e Alabanzas de los santos de Cerdeña di Francisco Carmona. Cosa dice il martirologio? Cagliari, primo secolo d.C.. Prima di subire il martirio l’arcivescovo S. Siridione nomina suo successore Avendrace sul cui capo si addensano subito fosche nubi; il preside romano, infatti, ne ordina la cattura e la messa a morte. Per sfuggire agli sgherri, iI novello capo della Chiesa cagliaritana deve peregrinare da un luogo all’altro, finché trova scampo nell’ipogeo panico cui abbiamo accennato in apertura; in tal modo, Avendrace riesce a mantenersi in contatto con la comunità cristiana ed a svolgere anche un’intensa predicazione. Assistito, ovviamente, dallo Spirito Santo che gli fa pervenire il cibo per il tramite di un corvo; mentre per l’acqua non esistono preoccupazioni, dato che nella tomba c’è una vena da cui sprizza il prezioso liquido. Avendrace passa a miglior vita il 25 marzo dell’85 ed iI 13 settembre del 203 i cristiani ritrovano i resti del suo corpo. Un canovaccio costruito a tavolino dall’ignoto autore del martirologio che accorpò credenze popolari prive di sostegno (tra l’altro, nel primo secolo, il cristianesimo non aveva ancora messo radici nell’Isolai ed elementi tratti di peso dalle “vite” di S. Elia e S. Antonio abate (tipico il caso del corvo che alimenta Peremitai).
Nondiméno, la fama di Avendrace si diffuse e, col tempo, sull’ipogeo venne edificata una cappella successivamente ingrandita sino a diventare una chiesa che, a sua volta, favorì il consolidarsi della venerazione. Ma, a questo punto, le cose si complicarono in quanto Avendrace si trovò, dall’oggi al domani, a condividere l’alloggio rupestre con S. Venero, un religioso morto nell’Isola & S. Antioco il 13 settembre del 603 d.C. ed i cui resti vennero collocati nell’ipogeo il 1° maggio dell’anno seguente. Pertanto, a partire da quei momento, la gente rivolse Ia sua devozione ad entrambi i santi che finirono addirittura per essere confusi: Venero fu definito arcivescovo di Cagliari ed Avendrace retrocesso ad abate, i miracoli dell’uno attribuiti all’altro e viceversa. Lo stesso borgo venne chiamato alternativamente S. Avendrace e S. Venero, come risulta da alcune testimonianze del Cinquecento; lo storico Giovanni Francesco Fara paria di S. Aveadracii oppidum; l’umanista Roderigo Hunno Baeza e l’architetto Rocco Cappellino fanno, invece, riferimento ad una località cagliaritana detta S. Venero. Inutile dire che anche la vicenda di queseultimo non è provata: il santo era quel. lo morto nell’Isola di S. Antioco oppure si trattava del S. Venero il cui culto è ancora vivo nei paraggi di La Spezia? E che dire delle epigrafi romane ritrovate a Cagliari ed Elmas dove compaiono i nomi Beneria e Veneria? Un altro mistero difficile da sciogliere. I due santi si fronteggiarono a lungo ma, alla fine, Avendrace ebbe la meglio sul collegarivale; tuttavia una significativa traccia di S. Venero rimasta neIronomastica maschile e nella denominazione dialettale del quartiere: S. Tennera (evidente capovolgimento al femminile di Tenneru-Venero).

Chiusa la partita con S. Venero, Avendrace riprese spedito il suo cammino, riconquistando completamente il cuore dei borghigiani tanto che. nelle Alaboxas del Carmona, compare uno schizzo della chiesa a lui intitolati: un tempietto minuscolo senza pretese ed in linea con la fisionomia popolare deiraggiomerato in cui sorgeva. Oramai la carriera del santo non avrebbe più trovato alcun impedimento: il culto si rafforzò e tutta la comunità s’identificò con lui. La venerazione raggiungeva come per i festeggiamenti del 13 settembre, giorno in cui ricorreva il rinvenimento dei resti di Avendrace. II programma riprendeva manifestazioni liturgiche e civili che, per una quindicina di giorni, animavano il borgo conferendogli una veste briosa. La festa ebbe il massimo fulgore tra gli anni Venti e Cinquanta del nostro secolo ed i vecchi ricordano ancora con rimpianto l’armeggiare di quell’epoca lontana quando i preparativi per rendere omaggio al patrono cominciavano in piena estate. Le prime a darsi da fare erano le ragazze dell’Azione Cattolica e dell’associazione delle “Figlie di Maria— che, accompagnate al pianoforte dalla signora Carlotta Lai, imparavano i canti religiosi in previsione dell’imminente celebrazione. Poi il primo settembre, in chiesa, aveva inizio la “tredicina”, un ciclo quotidiano che durava sino al 13 e comprendeva il rosario, le litanie, alcune preghiere, il “Salve Regina”, la benedizione e l’inno: «O Avendrace al devoto tuo tempio…». Il 13, di primo mattino, l’obriere maggiore (che era, allora, il seggiolaio Giuseppe Fanni) si recava, con una folla di popolani, in piazza Trento per ricevere la banda che percorreva trionfalmente il viale S. Avendrace sino alla chiesa dove, alle 11, si celebrava la messa solenne con panegirico del santo. Nella serata la statua di Avendrace veniva portata in processione nelle principali strade del rione e al rientro in chiesa, si concludeva la tredicina; poi, sino a notte inoltrala, musiche e divertimenti: corsa con i sacchi, corsa degli asini, corsa di cavalli a pariglie, lotterie, pesche di beneficenza e fuochi d’artificio.
Così fino agli anni Sessanta quando la festa prese a decadere, in rapporto alla profonda trasformazione del quartiere determinata dall’arrivo di numerosi “forestieri” che, sopravvanzando l’elemento locale, provocarono un temporaneo affievolirsi del culto e della festa. Tuttavia i santavendracini guardavano sempre al loro patrono e, non appena si presentò l’occasione propizia, diedero nuovo impulso alla tradizione. La ripresa è cominciata dodici anni or sono allorché le redini della parrocchia sono state assunte da don Andrea Cocco, un prete entusiasta ed attivo che si è prodigato per restaurare la chiesa, abbellirne il cortile antistante con pini, palme e fieri e, soprattutto, favorire il rilancio della venerazione per S. Avendrace. Gli abitanti hanno immediatamente risposto all’appello e la chiesa è ridiventata un centro motore di arti e virtù liturgiche, compresa la festa che si svolge nuovamente dal 1980. Cosicché Avendrace, abbigliato da vescovo e col bastone pastorale alla sinistra, esce dalla sua chiesa (doppio campaniletto a vela, una sola navata, quattro cappelle) e, anno dopo anno, effettua la sua brava passeggiata tra le vie del quartiere, riverito dalla popolazione che fa ala al passaggio della statua e si segna la fronte. Per la verità il simulacro non è più quello d’un tempo, scomparso una ventina d’anni or sono durante la temporanea “crisi” devozionale, ma nessuno ci fa caso: ciò che conta è che Avendrace sia ancora lì a proteggere il suo antico borgo.
AGIOGRAFIA ESSENZIALE RIPORTATA DALLA TRADIZIONE
Secondo la tradizione è il quinto vescovo di Cagliari. Etimologia del nome Avendrace: dal greco EU e ANDROS = UOMO BUONO.

Cronotassi dei vescovi di Cagliari, lapide nell’atrio dell’Episcopio.
In assenza di fonti certe, le notizie sulla sua vita ci vengono da un martirologio medievale andato perduto ed i cui passi essenziali sono contenuti in due opere manoscritte del Seicento: Triumpho de los santos del reyno de Cerdeña di Dionisio Bonfant e Alabanzas de los santos de Cerdeña di Francesco Carmona. Altro importante documento che ci è pervenuto è la relazione ordinata dall’Arcivescovo Delbecchi De San Venerio Obispo del 1766.
Avendrace nasce a Hypis (antico villaggio nei pressi di Serramanna) intorno all’anno 45 da genitori pagani ma ben presto si accosta alla conoscenza del Vangelo e viene battezzato dal vescovo S. Clemente. Diventa sacerdote e assiste il vescovo Siridone nell’apostolato. Quando questi viene condotto al martirio designa il giovane Avendrace suo successore nell’episcopato.
Viene subito attenzionato dalle autorità per la sua frequentazione con Siridone (morto nel 70). I primi undici anni di episcopato sono trascorsi in fecondo apostolato ottenendo molte conversioni ma anche attirando a sé l’odio dei nemici, soprattutto del preside romano Calidonio, che lo cercano dappertutto senza trovarlo. Per due anni (dal 82 al 84) si nasconde in un ipogeo presso la necropoli occidentale di Karales, nutrito con il pane che un corvo gli porta ogni giorno e dissetato dall’acqua che ancora oggi vi sgorga abbondante. Da lì esce, spesso travestito da contadino o in abiti civili, per annunciare il Vangelo e per portare conforto ai prigionieri cristiani rinchiusi nel carcere di S. Efisio. Egli si distingue per lo zelo del pastore e la fermezza nella fede.
Avendrace nasce al cielo il 14 o il 25 marzo dell’85 o 87, all’età di soli 40 anni, mentre è Papa S. Clemente e imperatore romano Domiziano. Il 13 settembre del 203 i cristiani ritrovano i resti del suo corpo e lo depongono nell’ipogeo che era stato il suo rifugio.
Al di là della tradizione…
AVENDRACE o VENERIO? Nel corso dei secoli l’ipogeo del Santo divenne molto frequentato dai devoti al punto che in esso fu sepolto il corpo di S. Venero (o Venerio), un religioso morto nell’Isola di S. Antioco il 13 settembre del 603 d.C., il 1° maggio dell’anno seguente. Pertanto, a partire da quei momento, la gente rivolse la sua devozione ad entrambi i santi che finirono addirittura per essere confusi: Venero fu definito arcivescovo di Cagliari ed Avendrace retrocesso ad abate, i miracoli dell’uno attribuiti all’altro e viceversa. Lo stesso borgo venne chiamato alternativamente S. Avendrace e S. Venero, come risulta da alcune testimonianze del Cinquecento; lo storico Giovanni Francesco Fara parla di S. Avendracii oppidum; l’umanista Roderigo Hunno Baeza e l’architetto Rocco Cappellino fanno, invece, riferimento ad una località cagliaritana detta S. Venero. Inutile dire che anche la vicenda di quest’ultimo non è provata: il santo era quello morto nell’Isola di S. Antioco oppure si trattava del S. Venero il cui culto è ancora vivo a La Spezia? I due santi si fronteggiarono a lungo ma, alla fine, Avendrace ebbe la meglio sul collega rivale; tuttavia una significativa traccia di S. Venero rimasta nell’onomastica maschile e nella denominazione dialettale del quartiere: S. Tennera (evidente capovolgimento al femminile di Tenneru-Venero).
•Il can. Felice Putzu ci riporta che «i corpi dei due santi vennero portati a Genova in epoca imprecisata, conforme scrisse nel 1766 l’arcivescovo di Genova mons. Giuseppe Maria Sapori all’arcivescovo di Cagliari mons. Delbecchi, ed ebbero grande venerazione in quella città». Riporta ancora che «da cenni storici in alcuni archivi patrizi di Finalborgo (Savona) sappiamo che nel 1640 un certo Pietro Basso di Finale, portò lì da Cagliari con galere spagnuole le reliquie di S. Venerio, ove egli è con S. Biagio compatrono di quella città, e si venerano le reliquie in quella chiesa collegiata. Trattandosi che sono reliquie di un Santo vescovo , sono quelle di S. Avendrace, che per sbaglio fu confuso con S. Venerio; tanto più che a Cagliari non vi è reliquia alcuna di S. Avendrace, mentre quelle di S. Venerio sono al santuario del duomo (…)».
Chi è sepolto nella cripta della cattedrale?

Duomo di Cagliari, santuario dei martiri, cappella di S. Lucifero: loculo di S. Venerio le cui reliquie vennero prelevate dalla chiesa di S. Avendrace nell’ambito della ricerca di Corpi santi promossa dall’Arcivescovo Francisco De Esquivel (sec. XVII).
Significativa l’opinione della Prof.ssa Rossana Martorelli (da I martiri del Santuario, 2020):
Interessante la figura di Venerio, definito episcopus, probabilmente da identificare con una figura agiografica di origine africana, che in età spagnola mutò il nome in Vendrès, Avendrax, divenendo oggi Avendrace, alla quale la tradizione controriformistica aveva attribuito la dignità di vescovo della città in epoca paleocristiana, titolare di una chiesa sorta su una grotta meta di venerazione come luogo legato al santo. L’identificazione può essere sostenuta per il fatto che nella cartografia storica si legge San Venere nel sito oggi noto come Sant’Avendrace.
Inoltre, dopo la scoperta del tempio di Venere sottostante la chiesa il mistero si infittisce ancora di più: c’è un collegamento tra VENERE e VENERIO? Francesco Alziator sosteneva proprio questo collegamento.
Si auspica che le ricerche d’archivio proseguano e si comprenda meglio la verità su questo santo e sul suo culto.

